Il negoziato sul clima prosegue: la prima settimana di COP21.

cop-21Quello raccontato in questi ultimi 5 giorni è l’intreccio di una storia i cui attori sono molteplici: gli Stati, il pianeta e, non ultima, l’economia. Perché il futuro di un accordo che dovrebbe salvare il pianeta da un cambiamento climatico radicale ed irreversibile dipende anche dal denaro, oltre che da decisioni meramente politiche.  Questo è quello che emerge dalla prima settimana della conferenza parigina sul clima, dove 21 stati si sono riuniti per far convergere forze e sostegno a difesa del pianeta.  L’accordo, ancora non perfezionato, è pronto per essere confezionato.

Ci sono, però, ancora alcuni ostacoli.

Il primo riguarda le economie nazionali che basano le proprie politiche energetiche sui combustibili fossili.  In questo settore possiamo delineare un duopolio, rappresentato da Venezuela ed Arabia Saudita, economie che ancora resistono alla convinzione che i combustibili fossili siano l’unica via per l’efficienza energetica.  Tuttavia si riscontra una positiva tendenza che lascia ben sperare scenari migliori e non apocalittici: nei primi 9 mesi del 2015 il mercato del carbone ha subito un’inflessione notevole, vicina al 3%. Giganti stessi e grandi – almeno per ora – clienti del carbone come la Cina hanno avviato politiche di disinvestimento dello stesso e che stanno avendo un discreto successo.Un segnale di una volontà di adeguamento alle sfide dell’energia pulita. Ma la Cina non è la sola ad intraprendere questo cammino. Si consideri, peraltro, come grandi potenze economiche mondiali come Canada e Regno Unito abbiano annunciato la chiusura di tutte le centrali a carbone entro 10 anni.

Un punto importante: le rinnovabili stanno diventando, sempre più, un buisness, un piatto dal quale tutti vorrebbero poter iniziare a mangiare.

E’ il caso del nuovo progetto nato in questi giorni, l’African Rewenable Energy Iniziative, che riunisce 54 stati africani che hanno deciso di giocare questa importantissima partita nell’investimento nelle energie rinnovabili.  Lo scopo di questa convergenza è riuscire a produrre, entro 15 anni, 300 gigawatt di energia da fonti rinnovabili. La volontà di raggiungere questo risultato è a dir poco straordinaria se si considera che, ad oggi, tutto il continente africano riesce a produrre circa 150 gigawatt di energia pulita.

La battaglia per l’energia pulita è combattuta pure dall’India.

Tramite il primo ministro indiano Narendra Modi, l’India ha annunciato la creazione di un’Alleanza internazionale per il solare, una coalizione di 120 paesi, capeggiata dall’India e – ancora è da decidere – dalla Francia,  che punta a diminuire – entro il 2030 – la dipendenza dal carbone del 33/35%,  la riduzione dei gas serra del 40%, preferendo appunto l’utilizzo di energia solare, sulla cui fruibilità verranno fatti copiosi investimenti. Impianti fotovoltaici, ricerca tecnologica le parole chiave e gli obiettivi di questo ambizioso progetto per il quale sono già stati versati, dal governo indiano, 30 milioni di dollari e il cui target finale la mastodontica cifra di 400 milioni di dollari.  Al progetto ha aderito anche l’Enel.

Il clima, si sa, ha ripercussioni anche sulla salute e sull’efficienza del Servizio sanitario. Ed è per questo che l’OMS ha lanciato un allarme che riguarda, tra tanti paesi, sopratutto l’Italia.  7 milioni di morti all’anno nel mondo legati all’inquinamento atmosferico, è il dato attuale ma lo scenario prospettato è a dir poco catastrofico.

250mila vittime in più ogni anno a causa dell’impatto sulla salute dei cambiamenti climatici. È quello che succederà tra 15 anni, dal 2030 fino al 2050, se non si interverrá tagliando le emissioni di Co2. Dati sconvolgenti, pubblicati dall’OMS in occasione della Conferenza sul clima di Parigi.

Flavia Bustreo, vice direttore dell’OMS, intervistata dai RaiNews, ha così dichiarato:

L’impatto del cambiamento climatico sulla salute  sarà molto negativo, avremo un impatto diretto con morti aggiuntive legate a condizioni di siccità in molti Paesi e, quindi, al cambiamento della produzione di cibo, legate al cambiamento dell’ecosistema e dell’epidemiologia di molte malattie trasmesse da vettori come la malaria, il dengue e molte altre malattie“.

Non solo: inondazioni, tifoni che causeranno molte più diarree e “le vittime saranno soprattutto tra le fasce di popolazioni più vulnerabili come anziani, donne e bambini. L’impatto del cambiamento climatico, poi, deve sommarsi con quello dell’inquinamento atmosferico. Il dato allarmante  è che ci sono sette milioni di morti all’anno legati all’inquinamento atmosferico nelle città, in tutti i Paesi del mondo inclusa l’Italia“.

Il principale imputato è il Co2.

Non a caso  sono in continuo aumento le malattie asmatiche nei bambini in molti paesi del mondo. Vulnerabili e soggette a malattie polmonari sono soprattutto le donne dei Paesi in via di sviluppo che, per cucinare, utilizzano ancora vecchi modelli di stufe.

L’Italia, secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, è il paese con il più alto tasso di morti per inquinamento. Ed è per questo che serve una risposta politica.

Il nostro Paese deve assolutamente fare qualcosa per la salute degli italiani ma voglio rassicurare: ho parlato lunedì con il primo ministro Renzi e con il ministro dell’Ambiente Galletti e hanno le idee molto chiare sull’impatto negativo del cambiamento climatico sulla salute sia in Italia che nel resto del mondo. Sono molto favorevoli ad avere nel testo dell’accordo della Conferenza di Parigi un riferimento specifico a questo“.

Ma a Parigi si parla poco di salute, rispetto al 1992.

I riferimenti alla salute sono stati diluiti. L’Italia  deve essere molto forte e deve spingere per avere chiari quali sono gli impatti sulla salute soprattutto nel testo che riguarda lo scopo dell’accordo, la datazione e il finanziamento”. Costi enormi per l’impatto sulla salute, è argomento utile per i politici che decideranno. I costi per l’impatto del cambiamento climatico sulla salute  aumenteranno e sono a scalare. Perché non ci sono solo le malattie direttamente collegate all’impatto climatico, ma ci sono conseguenze sul sistema di salute. Dopo i tifoni, dopo gli allagamenti si assiste a una distruzione del sistema sanitario, perdiamo gli operatori, la capacità di offrire servizi sanitari. I costi sono enormi e questo è un argomento utile per i politici che oggi discutono a Parigi su un accordo”.

Clima, efficienza energetica, Stati, costi, buisness: tanti interessi ma un unico accordo.

La partita del clima continua a giocarsi.

Antonio Cormaci

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La fine degli Stati generali green economy: gli obiettivi.

stati-generali-della-green-economydi Antonio Cormaci

Si è conclusa la quarta edizione degli Stati generali della Green economy. Un lavoro che ha dato un necessario contribuito allo sviluppo di un settore che ha il dovere morale di imporsi in un contesto ambientale, sociale e climatico che implora un po’ di umana pietà. Nonostante il difficile momento passato dalle politiche di reazione ai cambiamenti e ai conflitti ambientali del nostro Paese, da questa edizione emerge comunque un dato positivo: la green economy cresce, anno dopo anno. Non è ancora un settore trainante, ma può diventarlo. Lo dimostra il fatto che rimane, ad oggi, uno dei pochi settori che ha saputo reagire  alla grande crisi economica.

Più potente di qualunque altra descrizione, sono le parole di Claudio De Vincenti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri:

“Ci attende Parigi 2015, un momento di confronto internazionale decisivo sulla strada della lotta al cambiamento climatico. Sul tappeto alcune tematiche fondamentali, su cui dobbiamo costruire una convergenza internazionale.

Abbiamo adottato alcune misure che vanno nella direzione delle raccomandazioni del Consiglio Nazionale, misure concrete che segnalano un’attenzione del Governo allo sviluppo della green economy.

In particolare nella legge di stabilità abbiamo introdotto il prolungamento dell’eco bonus per la riqualificazione energetica degli edifici privati, le risorse destinate alla riqualificazione delle scuole e di altri edifici pubblici a valere sui fondi europei, gli incentivi alle imprese per progetti di efficientamento energetico e di eco-innovazione, gli strumenti di supporto per le start up e le Pmi. Sono tutte misure specifiche all’interno però di una strategia complessiva.Semplificazione degli iter procedurali in tema di autorizzazioni. Questo è un punto molto importante, perché noi riteniamo che iter più semplici siano anche più trasparenti e più controllabili. L’accumularsi di passaggi burocratici e di regolamenti è dove spesso si annida la possibilità di violare le regole. Connesso con la necessità di snellire le procedure è quello di adeguare fino in fondo il nostro Paese alle normative europee. Dobbiamo superare l’abitudini di aggiungere norme e vincoli al di là delle regole europee.

Dobbiamo promuovere il raggiungimento degli obiettivi UE per il clima al 2030 promuovendo contempo la competitività dell’industria europea. Se non troviamo questo equilibrio le produzioni saranno delocalizzate al di fuori dell’UE dove le norme sono meno rigorose. È un interesse ambientale mantenere in Europa produzioni che rispondano alle normative ambientali europee.”

Gli obiettivi finali di questa appassionante due giorni li possiamo sintetizzare in questi campi: start up, capitale naturale, clima ed energia, agricoltura, acque e dissesto idreogeologico,  rifiuti, mobilità e fondi europei.

Circa le start up,  è emersa la necessità di incentivare l’eco innovazione delle imprese ed istituire un’agenzia nazionale per l’uso efficiente delle risorse per le PMI innovative green.

Bisogna limitare il consumo di suolo e potenziare le risorse per i servizi eco – sistemici (PES), dando avvio ad un vero e proprio comitato per il capitale naturale.

E’ altresì emersa la necessità d’un piano d’azione nazionale ed una riforma della governance per energia e clima: per fare questo serva una nuova fiscalità ecologica, l’introduzione di una tassa sul carbonio ed innovare le strutture già esistenti per l’efficentamento energetico.

Il lavoro? Può essere anche agricolo: bisogna incentivare i giovani ad occuparsi di agricoltura, magari rispetto gli obiettivi del manifesto della Green Economy nel campo agroalimentare.

Sul delicato tasto del dissesto idrogeologico e sulla tutela delle acque, bisogna varare un piano che sia contiguo a quello dell’adattamento climatico. Bisogna rafforzare il coinvolgimento dei soggetti attivi nelle politiche per il territorio e le acque al fine di creare una linea politica che incentivi l’uso di infrastrutture verdi.

Sui rifiuti, la linea guida è una sola:  trovare una luce nell’immensa selva normativa in materia. Solo così si può arrivare ad una razionalizzazione della disciplina che possa migliorare di fatto il sistema di gestione dei rifiuti.

Infine, mobilità e fondi europei: le infrastrutture di mobilità urbana devono diventare il ponte verso una riduzione sempre maggiore delle emissioni dei veicoli urbani. Le politiche amministrative locali non contemplano dei piani adeguati e sarebbe bene adottare dei nuovi piani per la mobilità urbana sostenibili. Lo sharing deve essere incentivato tramite detrazioni fiscali più vantaggiose. A questi fini potrebbe essere utile un indirizzamento green del flusso proveniente dai fondi europei.

Il dissesto idrogeologico: l’avvertimento di Ronchi.

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di Antonio Cormaci

Le fonti rinnovabili e l’agricoltura sostenibile non sono state le sole tematiche della prima giornata degli Stati Generali della Green Economy.

L’ironia della sorte, considerato quanto accaduto in Sicilia ,Calabria e, in minore misura, anche in Abruzzo, ha voluto che oggi si parlasse anche di una tematica che si incastona perfettamente nell’architrave che dovrebbe reggere una produzione ed un consumo sano e sostenibile: l’utilizzo del suolo il quale, se non ponderato ed abusato, causa dissesto idrogeologico, la causa della devastazione che si è verificata sulla costa jonica della provincia di Reggio Calabria, dove gran parte della Strada statale 106 e della linea ferroviaria tra Bovalino e Ferruzzano, entrambi nel reggino, sono state completamente trascinate via a causa degli smottamenti del terreno, diventato, dopo anni di abusivismo e costruzioni in aree non consone, asfissiante e pericoloso.

Ronchi, in tal senso,  ha sottolineato l’importanza del “capitale naturale” per l’Italia, il suolo, la terra: “Occorre fermare il consumo di suolo nuovo, rivedere il governo della rete idrografica migliorare la gestione delle infrastrutture versi. Il capitale naturale è una risorsa molto importante per la Green Economy“.

Stati generali Green economy: la prima sessione.

Bandiera-UEdi Antonio Cormaci

Stati generali della Green economy: si parte.

La prima sessione dei lavori si è aperta con due interventi di due personalità importanti: il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ed il presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile Edo Ronchi.

L’ intervento del Presidente della Repubblica è stato un atto formale, con il quale la massima carica dello Stato ha espresso una profonda soddisfazione per il “cammino intrapreso dalle istituzioni nella modernizzazione dei settori della mobilità sostenibile, dello sviluppo sostenibile e della filiera agricola“.

La stessa linea di pensiero è condivisa dallo stesso presidente Ronchi, il quale nel presentare il “Rapporto dello stato della Green Economy in Italia” ha sottolineato come l’impresa green stia prendendo sempre più quotazioni all’interno del mercato italiano. Parliamo di numeri: si è visto un aumento del 40,6% delle imprese italiane avere un impianto “core green”. Le imprese “core green” rappresentano infatti il 35,5 %, mentre le “go green” rappresentano il 25,8%.  L’Italia si attesta, quindi, come il secondo paese europeo  per quanto riguarda l’agricoltura biologica. Di seguito le dichiarazioni dello stesso presidente:

“Le imprese green hanno resistito meglio alla crisi. Secondo quanto hanno dichiarato le imprese “Core Green” hanno aumentato il fatturato nel 21,7% mentre le “Go Green” il 22,1%. Le altre imprese appena il 10,2%. Una delle ragioni di questo maggior successo da parte delle imprese green è rappresentato dall’esportazione. Le Core Green hanno esportato per il 19,8% e le Go Green per il 26,5%, le imprese differenti appena il 12%, dimostrando quindi di essere più dinamiche. Le imprese green in italia sono una realtà consolidata e in crescita.” 

Ma non è solo l’imprenditoria ad aver deciso di percorrere la strada verde. Anche l’edilizia, spinta da una sempre maggiore necessità di contenimento dei costi ed una maggiore efficienza energetica,  si dota adesso di materiali sempre più ecologici e sostenibili che ne garantiscono una più ampia efficienza.

Capitolo a parte meritano le energie rinnovabili, il cui indice di utilizzo è calato rispetto alla media degli anni precedenti.  Il Rapporto, a riguardo, non è molto tenero, come sottolinea Ronchi stesso: “Le rinnovabili nonostante la buona performance sono ora in difficoltà, con un calo della potenza installata dal 11.114 MW del 2011 ai 675 MW del 2014. Purtroppo la politica di taglio degli incentivi è stata troppo drastica. In questo senso l’OCSE cita l’Italia come esempio negativo insieme con gli USA. Si poteva e si doveva avere una riduzione più graduale e compensata con altre misure che attenuassero questo taglio drastico. Secondo i dati di settembre noi avremo dopo anni di crescita ininterrotta di produzione di elettricità da fonti rinnovabili, una crescita durata fino al 2014, un aumento della richiesta in rete frutto dei consumi estivi e della ripresa economica. Questo aumento della richiesta ha provocato, insieme con la caduta del prezzo del petrolio un aumento di produzione da fonti fossili. Dobbiamo stare attenti da adesso in poi, se questo trend non viene corretto e torna ad aumentare la produzione da fonte fossile rischiamo di compromettere gli ottimi risultati raggiunti fino al 2014. Questo è un allarme che intendiamo sollevare con questo rapporto sulla green economy.”

Infine, alcuni i punti sui quali la green economy deve vincere le sfide più importanti:

  • Acqua, rifiuti e trasporti sono i settori ai quali va dedicata maggiore attenzione;
  • Eliminare gli incentivi negativi per l’ambiente e sviluppare una fiscalità ecologica più evoluta;
  • Rafforzare le infrastrutture verdi;
  • Sviluppare l’eco innovazione sostenendo le piccole e medie imprese, supportando nuovi modelli di business e start-up green e favorendo accesso al credito;
  • Più green economy, più occupazione;
  • Il cambiamento climatico: adeguare i prezzi del carbonio ai danni che il carbonio stesso produce.

L’Italia che si differenzia.

9729240-l-39-ecologia-del-riciclo-riutilizzo-e-riduzionedi Antonio Cormaci

 

La ventata di digitalizzazione che ha investito il bel Paese sembra essere positivamente sempre più incisiva, ogni anno che passa.  A testimonianza di questa evoluzione, c’è l’ISPRA che, oltre a presentare il nuovo Rapporto sui rifiuti Urbani 2014, lancia una nuova piattaforma multimediale con i dati di ogni Comune sulla produzione e raccolta differenziata dei rifiuti urbani. Una vera e propria innovazione!
La vera notizia, tuttavia, è che l’Italia, finalmente, nel 2014 ha raggiunto il 45,2% di raccolta differenziata, in base al target che era stato precedentemente stabilito. Sono cifre importanti e pari a 13,4 milioni di tonnellate di materiale differenziato, con un aumento del 3% rispetto alle stime del 2013. A primeggiare, ancora una volta, è il nord del Paese che tuttavia non segna un distacco con il resto d’Italia così incisivo come potrebbe apparentemente sembrare. E’ stata infatti registrata una riduzione significativa del divario esistente tra le tre aree del Paese, Nord, Centro e Sud, con una crescita dell’11,7% nel Centro e un ottimo +7,5% del Sud italia. Il Meridione, in particolare, ha differenziato ben 203 mila tonnellate di materiale di rifiuto. Percentuali che fanno ben sperare.  Ci si chiede, tuttavia, quale sia stato il costo di queste operazioni, appurato il dato speranzoso che abbina aumento dei rifiuti ad un aumento effettivo dei consumi. Pare una contraddizione ma è comunque un segnale di una seppur lenta ripresa del Paese, anche se il rapporto SVIMEZ, per il Sud Italia, è stato duro ed impietoso.

Tornando ai costi i dati che abbiamo parlando di percentuali intorno il 99,5% per un totale di 10 miliardi di euro, di cui 3,8 miliardi per la gestione dei rifiuti indifferenziati, 2,7 miliardi per le raccolte differenziate e 1,4 miliardi per la pulizia stradale. Il costo medio annuo pro capite di gestione del servizio risulta di 165,09 euro/abitante per anno. Se a tali costi si aggiungono i costi generali del servizio, il costo medio di gestione di 1 kg di rifiuto risulta di 0,33 euro/kg (0,30 euro al Nord, 0,37 euro al Centro e al Sud).

Le percentuali riferite non sono le uniche note liete.  Dopo anni ed anni di sprechi cartacei, anche le nostre amministrazioni hanno deciso di dotarsi delle possibilità della modernità digitale. Con la collaborazione delle singole sezioni regionali del Catasto, sono stati resi disponibili tutti i dati relativi alla produzione e gestione dei rifiuti urbani riguardanti tutti i Comuni italiani e suddivisi in base alla frazione merceologica, ossia in base alla tipologia di rifiuto. Per sapere i dati del tuo comune, basta cliccare qui.

Reati ambientali: chi sbaglia paga davvero?

di Antonio Cormaci0110128102549453_20110128

A qualche mese di distanza dall’entrata in vigore del testo legislativo che introduce, dopo anni di battaglie, i reati ambientali nel Codice Penale, ci apprestiamo ad una descrizione di quelli che sono i pilastri di questa storica conquista. Viene, innanzi tutto, definito il concetto di inquinamento e disastro ambientale e viene altresì introdotto il concetto di controllo impedito e di omessa bonifica, parlandosi anche di confisca per questo genere di reati.

Gli articoli 452-bis e 452-ter definiscono, quindi, i concetti di inquinamento ambientale e di disastro ambientale. Il primo è una compromissione o un deterioramento significativo e misurabile di acque, aria, suolo, sottosuolo, ecosistemi e biodiversità di flora e fauna. Tali delitti vengono puniti con una pena detentiva da 2 a 6 anni e con sanzioni da 10.000 a 100.000 euro.

Il disastro ambientale, invece, viene definita come un’alterazione irreversibile dell’equilibrio di un ecosistema, per la cui eliminazione sono necessari mezzi eccezionali e onerosi.La pena prevista per questo reato è la reclusione da 5 a 15 anni.

L’evento o l’azione che causa il reato deve essere abusivo ed è per questo motivo che si parla di reato di danno.  Un caso classico, per esempio, è lo scempio che è stato perpetrato nella Terra dei Fuochi.

Un’ulteriore fattispecie inserita tra i reati ambientali è anche quello di omessa bonifica che può essere contestato a chi, costretto da un giudice o da una qualsiasi autorità in materia, non ottempera all’azione riparatrice. In questi casi la pena è la detenzione per un periodo variabile da 1 a 4 anni e fino a 80.000 euro di sanzione.

Il tema più contestato, tuttavia, rimane quello del ravvedimento operoso, norma rifiutata soprattutto dalle associazioni ambientaliste che, senza mezzi termini, hanno parlato di “salvacondotto per chi inquina”.

La ragione della contestazione risiede nel fatto che chi cerca di porre rimedio immediato a un possibile danno ambientale o collabora con le autorità per rintracciare cause e responsabili, può godere di un considerevole alleggerimento della propria posizione con una riduzione di pena che può arrivare fino ai 2/3. In questa norma viene, in sostanza, visto un incentivo a delinquere, potendo godere di fatto di una riduzione di non modeste dimensioni.

Novità anche sul controllo impedito, ossia la fattispecie che punisce chi cerca di ostacolare il normale controllo dello stato dei luoghi da parte delle autorità preposte. Divieti, blocchi o attività che impediscono il corretto prelevamento dei campioni, possono costare una pena detentiva per controllo da 6 mesi a 3 anni.

Si prefigura, infine, la possibilità di procedere alla confisca, anche per equivalente, del prodotto o del profitto del reato.  Non possono essere confiscati i beni di coloro che si prestano efficacemente al contenimento del danno causato. Per i delitti di traffico illecito di rifiuti e disastro ambientale è invece prevista la confisca preventiva dei valori che, rispetto al reddito, risultino ingiustificati o sproporzionati.

Focus sulla nuova riforma costituzionale: cosa c’è da sapere.

l43-senato-palazzo-madama-130207204500_bigdi Antonio Cormaci

Piaccia o no, la riforma costituzionale si avvicina sempre di più alla meta, con il suo bagaglio di incertezze, con la sua portata senz’altro innovativa. Ma cosa, in concreto, prevede questa nuova riforma costituzionale, oggetto di un aspro dibattito parlamentare e non solo che ormai va avanti da mesi e mesi?

Possiamo brevemente qui sintetizzare quelli che sono i punti cardine di questa riforma:

  • addio al sistema del bicameralismo perfetto;
  • nuovo sistema di elezione del Presidente della Repubblica;
  • nuovo Senato ed elezione ad opera dei consiglieri regionali;
  • revisione richieste di referendum abrogativi e leggi di iniziativa popolare;
  • nuovi criteri di scelta dei Giudici della Corte Costituzionale;
  • abolizione del Consiglio Nazionale Economia e  del Lavoro;
  • novità in ambito di potestà legislativa e leggi elettorali. 

Il primo punto è quello sul quale soffermarsi con maggiore attenzione. Il Senato subisce un notevole depotenziamento delle sue prerogative costituzionali,  ossia non voterà più la fiducia al Governo, rimanendo nel potere della Camera sfiduciare l’Esecutivo ed autorizzare a procedere nei confronti di premier e Ministri per i reati commessi nell’esercizio del loro ufficio. Prerogative del Senato saranno le leggi costituzionali, le ratifiche di trattati internazionali, le leggi elettorali degli Enti Locali e quelle sui referendum popolari.  Interviene un nuovo meccanismo di dibattito parlamentare. Ogni disegno di legge approvato dalla Camera passerà comunque al vaglio del Senato –  con 100 senatori e non più 315! – che entro 10 giorni e su richiesta di un terzo dei suoi componenti, potrà esaminarne il contenuto.  In un ulteriore termine di 30 giorni, il Senato potrà deliberare, con maggioranza assoluta dei suoi componenti, eventuali modifiche sulle quali si pronuncerà in via definitiva il Parlamento. Resta prerogativa del nuovo Senato anche la bocciatura di eventuali proposte di modifica da parte del Parlamento. Il Senato avrà anche il compito di esprimersi sulle leggi di bilancio: anche in questo caso i termini per agire sono molto stretti, solo 15 giorni, scaduti i quali la lente d’ingrandimento sarà nelle mani del Parlamento, cui spetta di pronunciarsi sulle stesse.

Il nuovo corpus del Senato è così composto. Dei 100 senatori previsti dal Disegno di legge Boschi, 95 saranno votati dalle Regioni, con 21 sindaci e 74 consiglieri, “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi”. Tuttavia sarà una legge quadro approvata dalla Regione entro tre mesi dalla definitiva entrata in vigore della Riforma a stabilire se la selezione avverrà tramite scorrimento, preferenze o listino bloccato. I restanti 5 senatori saranno di nomina presidenziale e rimarranno in carica per 7 anni. Rimane la figura del senatore a vita, scelto dal Presidente della Repubblica ma che non verrà conteggiato nei 100. Circa l’immunità riservata ai senatori, nessun arresto, perquisizione o intercettazione potrà avvenire senza il via libera dell’Assemblea parlamentare. 

Cambiano le modalità di elezione del Presidente della Repubblica. Scompare la figura del delegato regionale, sostituito di fatto dai senatori e cambia anche il quorum. Nelle prime tre votazioni rimane dei due terzi dei componenti dell’Assemblea, così come stabilito dall’attuale versione della Costituzione. Dalla quarta, invece, il quorum si abbassa a tre quinti dei componenti e dalla settima ai tre quinti dei votanti. Il presidente della Camera, e non più quello del Senato, sostituisce il Presidente della Repubblica in caso di morte o dimissioni, diventando di fatto la seconda carica più importante.

Cambiano le regole di referendum e leggi di iniziativa popolare, che di fatto diventano più stringenti. Per i referendum non basteranno più 500mila firme ma 800mila, con obbligatorio parere di ammissibilità della Corte di Costituzionale dopo le prime 400mila. Circa le leggi di iniziativa popolare, le firme richieste saranno 150mila e non più 50mila. Viene statuita la figura del referendum propositivo e di indirizzo, sul quale però la Camera deve ancora legiferare per stabilirne le modalità di attuazione.

Sulle nomine dei giudici della Corte Costituzionale sono intervenute alcune novità: questi non saranno più eletti dal Parlamento riunito in seduta comune ma verranno scelti separatamente dalle due Camere. Al Senato ne spetteranno due e alla Camera tre. Per la loro elezione è richiesta la maggioranza dei due terzi dei componenti per i primi due scrutini, mentre dagli scrutini successivi è sufficiente la maggioranza dei tre quinti.

Viene, infine, abrogato l’art. 99 della Costituzione, stabilendo di fatto la cessazione delle attività dello CNEL. Il ricollocamento del personale del Consiglio verrà stabilito da un commissario straordinario che nei 30 giorni successivi all’entrata in vigore della riforma opererà il ricollocamento all’interno della Corte dei Conti.

Novità di non poco conto: vengono  eliminate le materie di competenza concorrente tra Stato e Regioni; al primo viene attribuita la legislazione esclusiva in alcuni ambiti come, per esempio, la politica estera,l’immigrazione e la difesa.

Alla Corte Costituzionale spetterà il controllo di qualunque atto legislativo di materia elettorale dei parlamentari e dei senatori. Il ricorso motivato dovrà essere presentato da almeno un quarto dei componenti della Camera o almeno un terzo dei componenti del Senato entro 10 giorni dall’approvazione della norma. La Consulta si pronuncerà entro 30 giorni: in caso di dichiarazione di illegittimità la legge non sarà promulgata.

La sfida di Syriza per la sostenibilità energetica.

Solar energy from the sundi Antonio Cormaci

Siamo abituati a sentir parlare della Grecia in riferimento a debito pubblico, banche, crisi economica, ecc. Ma c’è un altro aspetto che non deve passare sotto traccia e che si rivela molto importante nel momento nel quale si parla di una terra particolarmente ricca dal punto di vista dell’ecosistema e dell’ambiente, la Grecia: la sfida dell’eco sostenibilità e delle politiche energetiche. 

La vittoria di Tsipras porta dietro con sé un impegno serio e concreto nella realizzazione della sostenibilità ambientale, peraltro uno dei punti forti del patto con l’Unione Europea, come indicato nel Memorandum of Understanding. Il documento impone infatti alla Grecia una politica energetica eco sostenibile, efficiente, pulita e che ha come aspetto primario la liberalizzazione del mercato dell’energia entro l’anno. Si prenda ad esempio l’energia elettrica: il 75% dell’energia elettrica prodotta in Grecia è sotto il monopolio della Public Power Corporation, partecipata per il 51% dello Stato. Il governo greco, attualmente, non sembra interessato a privarsi del controllo della compagnia, pertanto questa è una battaglia sulla quale torneremo.

Circa le politiche energetiche, o stato greco non è certo tra quelli più virtuosi, se si considera che ci sono addirittura realtà come la Svezia che hanno deciso di eliminare la dipendenza dal petrolio. Lo Stato infatti genera ben il 93% dell’energia primaria tramite combustibili fossili, una percentuale enorme: in particolare, la lignite conta per il 70% delle forniture di elettricità, mentre il carbone, al momento, è il combustibile che consente alla Grecia di mantenere un buon livello di sicurezza energetica e di stabilità del bilancio fiscale. Tuttavia, IEA e WWF, attraverso studi dedicati, hanno rivelato anomie di questa presunta efficienza energetica: questa sarebbe la causa di un costo eccessivo ed economicamente  insostenibile. 4 miliardi di euro l’anno è, infatti, la spesa per le malattie causate dagli impianti greci, in particolare Meliti e Ptolemaida. La crisi del debito greco non può certamente permettersi simili deficienze, né tuttavia abbandonarsi alla follia di alcuni sogni passati. La sfida di Syriza, adesso, non sta più nel concretizzare la folle – poiché insostenibile per la già precaria economia greca – idea di Papandreou di arrivare al 40% di uso di rinnovabili, ma di incentivare l’uso di un altro tipo di energia, magari quella fotovoltaica, che peraltro incontrerebbe il favore di una terra tradizionalmente baciata dalla luce solare.

Si punta, ancora, all’abolizione del rimborso delle accise sui carburanti per gli agricoltori e la sostituzione dello sconto del 20% per gli utenti ad alta intensità energetica con tariffe legate ai costi marginali.

La sfida per l’eco sostenibilità greca passa dal sottile confine che esiste tra la potestà del Governo greco e le sempre più pressanti, ed in questo caso giustificate, pretese imperative di Bruxelles. Ma in questo caso non è l’Europa a chiederlo. Ma l’intero pianeta. 

L’industria dello zucchero in Italia: poche note liete all’ombra di Bruxelles. L’allarme delle associazioni di settore.

pneumatici barbabietoledi Antonio Cormaci

Da Expo, due dati che delineano la situazione dell’industria saccarifera italiana.

Un dato che sancisce una certezza: il settore dello zucchero, in Italia, è sempre stato decisivo e strategico per la filiera agroindustriale.    Il mercato che riguarda questo prodotto, essenziale per ogni dieta alimentare, è stato un’eccellenza dell’industria agroalimentare in Italia.  Un altro, tuttavia, che desta non poche preoccupazioni: lo zucchero in Italia sta diminuendo.  Diminuisce la produzione. Aumentano i costi d’azienda.

Sebbene le balsamiche indicazioni del Ministero delle Politiche Agricole e l’annuncio di 17 milioni di aiuti già stanziati, l’allarme delle associazioni di settore, che lamentano anche un’eccessivo ostruzionismo ad opera dell’ultima riforma, riguarda diversi aspetti di mercato e di investimenti: un primo problema non è tanto in casa nostra, quanto nella ferocia e nella rapacità del mercato del blocco franco – tedesco. La soluzione auspicata, stando a quanto emerso dalle dichiarazioni di diversi componenti di associazioni del settore – AIDEPI, UnionZucchero, Assobibe –  starebbe nell’integrazione di filiera e dal dialogo tra le sue diverse componenti, un dialogo che possa quanto meno arginare, oltre alla sana competizione dei mercati, anche la disinformazione che circola nella società civile, sebbene le indicazioni dell’OMS che auspicano un consumo moderato dello zucchero, non assente.

Ma qual è la situazione attuale del blocco industriale del settore? La filiera bieticolo saccarifera del nostro Paese è s ridotta a 50mila ettari di superficie coltivata, per un totale di 8mila aziende agricole ed un fatturato di 700 milioni e 1200 adetti. Sono cifre che, per un terra come  la nostra dove botanicamente lo zucchero ha sempre proliferato, non sono poi così ottimali.

Si pensi che in Italia sono aperti, ormai, solo 4 zuccherifici e che, clamorosamente, siamo costretti ad importare l’80% dello zucchero che serve al consumo ed all’industria di trasformazione.

L’abolizione, due anni fa ad opera dell’ultima riforma comunitaria, delle quote produttive nel 2017, ha portato peraltro ad un crollo del prezzo standard dello zucchero: 400 euro a tonnellata. Ma mentre in Europa la razionalizzazione del settore ha procurato un effettivo aumento della produzione, da 15 a 17 milioni di tonnellate, in Italia è diminuita di 14 milioni.  Molta concorrenza.

Tempi non proprio sereni per l’industria saccarifera italiana, che dovrà contare su investimenti personali delle principali aziende per un totale di 200milioni di euro. 17 milioni di euro restano, ad oggi, un piccolissima quanto breve boccata di ossigeno.

Sud virtuoso nella raccolta differenziata del vetro? Nessuno scherzo, lo dice il “CoReVe”.

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di Antonio Cormaci

Nell’immaginario collettivo, a maggior ragione quando si parla di sostenibilità o raccolta differenziata,  il sud Italia rappresenta l’emblema dell’arretratezza di questo Paese. La situazione è, tendenzialmente, vera. Ma un dato, riferito alla Campania ed alla provincia di Salerno, rimane sorprendente.

Durante il convegno “Raccolta differenziata del vetro. Costo o opportunità”, organizzato da ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) e CoReVe (Consorzio Recupero Vetro), a Taranto, sono stati comunicati i dati, i numeri della raccolta differenziata del vetro inviato a riciclo a livello nazionale: sono stati 29,7 i chilogrammi di vetro intercettati per abitante nel 2014.

La situazione ovviamente non è uniforme, non riguarda il Sud nella sua interezza, ma sarebbe da ipocriti non notare come il Sud  registri un andamento in continua crescita negli ultimi anni, 2014 in particolar modo.

Anche quest’anno ha segnato un notevole incremento, come spiega Franco Grisan, presidente del CoReVe: “La crescita al Sud di +6,8% rispetto all’anno precedente, permette di raggiungere una resa media di 19 chilogrammi per abitante l’anno, alla rincorsa dei quasi 30 chilogrammi della media nazionale, che sembrano lontani, ma che invece si possono raggiungere, come dimostrano non solo il Comune di Salerno (30 Kg/abitante), ma anche la Campania e l’Abruzzo, ed anche superare la Sardegna (40,9 Kg/abitante).”

Differenziare non rappresenta un costo, ma anche un’opportunità. Ed un’adeguata sensibilizzazione pubblica è un dovere della Politica. Poche sono le righe dove si dice che nel 2014, grazie alla raccolta differenziata, il nostro Paese ha risparmiato  150 milioni di euro, per il mancato conferimento in discarica.  I Comuni dal sistema CoReVe, invece, hanno percepito 56,8 milioni di euro  in cambio del vetro raccolto nei rispettivi centri.

Insomma, un comune di 100mila abitanti, approssimativamente, potrebbe ricevere ristorni entro i 700mila euro.